giovedì 14 aprile 2011

Artemisia Gentileschi: il grande talento del ’600

Nata a Roma l’8 luglio 1593, Artemisia Gentileschi fu la pittrice più conosciuta e apprezzata della sua epoca. Orazio, padre di Artemisia, artista ed esponente romano del caravaggismo, volle introdurre tutti i suoi figli all’arte pittorica, accorgendosi, però, ben presto delle straordinarie doti di Artemisia rispetto ai fratelli. La prima opera importante della ragazza, all’epoca diciassettenne, è il quadro Susanna e i vecchioni, dove la protagonista Susanna, giovane moglie, viene sorpresa, mentre era in un bagno, da due amici del marito, anziani, i quali la sottopongono a ricatto sessuale.
Il quadro precede l’accaduta violenza sessuale, subita da Artemisia, da parte del pittore toscano Agostino Tassi, nel 1612. Questa triste vicenda porterà il padre Orazio a sporgere denuncia nei confronti del Tassi con conseguente processo. Il Tassi fu condannato ad una pena non troppo rilevante. Durante il periodo del processo Artemisia dipinse Giuditta che decapita Oloferne esprimendo tutta la sua rabbia per la terribile esperienza subita.
Nel 1613 sposa un pittore fiorentino, Pierantonio Stiattesi, insieme al quale si trasferì a Firenze, dove la giovane artista frequentò l’Accademia del Disegno. A questo periodo appartiene La Maddalena penitente, quadro conservato ora nella Galleria Palatina di Palazzo Pitti a Firenze. Iniziò a essere conosciuta e poi apprezzata anche dalla famiglia aristocratica dei Medici e dai pittori Buonarroti il giovane e Cristofaro Allori. Nonostante il successo e gli ottimi guadagni, ebbe dei guai con alcuni creditori e per questo motivo decise di ritornare a Roma (1621) portando con sé le figlie. Nel 1630, invece, decise di stabilirsi a Napoli, dove rimase fino alla sua morte nel 1652.
Nel 1636 la pittrice realizza il San Gennaro nell’anfiteatro di Pozzuoli, dipinto che narra come il santo patrono di Napoli ed i suoi seguaci, attaccati da delle fiere, riescono ad ammansirle. Il quadro, molto voluminoso, è esposto ora nel Museo di Capodimonte a Napoli. Nel 1638 la donna raggiunse Londra dove il padre aveva iniziato la decorazione del soffitto della “casa delle delizie” a Greenwick. Nel 1639 Orazio Gentileschi morì e Artemisia fu invitata da Carlo I, grande mecenate, a restare a Londra. Il re, famoso estimatore d’arte, costruì una ricca collezione, preferendo pittori come Tiziano, lo stesso Gentileschi, il fiammingo Van Dyck e Artemisia di cui possedeva il quadro Autoritratto come allegoria della Pittura, dove la Pittura è rappresentata da una donna, con collana d’oro e ciondolo con maschera, che dipinge. La donna ha le sembianze della stessa Artemisia. Nel 1649, al suo ritorno nella capitale partenopea, strinse una collaborazione con Antonio Ruffo, collezionista messinese. Da alcune epistole ritrovate, si dedusse che era difficile per lei, nonostante la bravura e dimestichezza nel dipingere, rendere la sua pittura oggetto di interesse di personaggi illustri, con conseguente situazione economica instabile e insoddisfazione professionale.
Artemisia Gentileschi morì nel 1652 sola e poco considerata, avendo accanto le figlie Prudenzia e Francesca, tutte e due educate all’arte dalla madre. Nel 2001 è stata istituita a Roma una mostra dedicata a Orazio e Artemisia Gentileschi che, per l’enorme successo ottenuto, è proseguita a New York al Metropolitan Museum of Art e in seguito al Museum of Saint Louis

Federica Pansadoro

http://www.8imista.com/2011/03/09/artemisia-gentileschi-una-donna-dal-grande-talento/

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